Marranzano: storia e origini dello scacciapensieri siciliano

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“il marranzano tristemente vibra
nella gola del carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d’ ulivi saraceni”

Strada di Agrigentum – Salvatore Quasimodo

 

È uno degli strumenti più antichi della storia. Le prime fonti che ci raccontano della sua esistenza vengono fatte risalire al IV secolo a. C. Si riscontra il suo utilizzo dal Nord Europa alla Cina e persino presso gli Antichi Romani. Oggi, però, è inequivocabilmente un’icona della cultura siciliana, vessillo dell’identità isolana, cimelio, colonna sonora della canzuni sicula, souvenir che ci riconduce alle tradizioni più ancestrali della regione. Sto parlando del marranzano, conosciuto anche con l’appellativo quanto mai italico “scacciapensieri” e in tantissimi altri nomi per niente affatto italiani: solo in Sicilia è conosciuto come marrucchinu, mariùah, camarruni, cacamarruni o angularruni; e poi ancora trunfa o trumba in sardo e malarunni in calabrese. Ma che cos’è e quali sono storia e origini del marranzano siciliano?

Marranzano: come è fatto

Il marranzano è composto da uno scheletro di metallo che ripropone la stessa forma della lira: un unico elemento metallico disegna una sorta di semicerchio che, anziché ricongiungersi, termina con due linee parallele che non si toccano. Tra le due rette si snoda una lamella lagata alla base dello strumento e lasciata libera dall’altro lato. Per suonare lo strumento, la sottile lingua di metallo – l’ancia libera – deve essere collocata sugli incisivi, mentre il suono viene riprodotto pizzicando la lamella con il polpastrello. Il marranzano è uno strumento idiofono, poiché il suono viene prodotto dalla vibrazione del corpo stesso dello strumento, senza l’utilizzo di corde. Le diverse sonorità dello scacciapensieri siculo variano a seconda della sua dimensione, della forma e delle diverse modulazioni della lingua sull’ancia libera. All’apparenza, sembrerebbe uno strumento facile da utilizzare con un po’ di pratica, ma la realtà è un’altra: il marranzano richiede maestria per riuscire a riprodurre la varietà di suoni che esso permette e anche una certa accortezza: basta un niente per ritrovarsi con la lingua pizzicata o con un incisivo scheggiato… e fa davvero male!

La storia del marranzano

Lo scacciapensieri, come detto, è uno strumento antichissimo. Un disegno cinese ritrae un uomo intento a suonarlo in un’opera risalente al IV secolo a. C.! Le prime documentazioni certe, però, riportano che lo strumento iniziò a diffondersi in modo significativo in Europa a partire dal 1300; ma fu tra il XVIII e il XIX secolo che venne avviata la sua produzione su larga scala, soprattutto in Germania, dove viene chiamato maultrommel. In Italia, fin dal ‘500, soprattutto nell’area valsesiana, alle pendici del Monte Rosa, lo scacciapensieri venne prodotto in grandi quantità fino a sfiorare il milione e mezzo di unità, la gran parte delle quali venivano esportate nel resto d’Europa e fino in America Centrale e Settenrionale.

Il marranzano e la Sicilia

Ciò che affascina maggiormente del profondo legame tra il marranzano e la cultura siciliana è l’assenza di notizie certe a riguardo. Non è chiaro, infatti né quando né con quali modalità lo strumento abbia iniziato a diffondersi nel contesto meridionale e, in particolare, in Sicilia. Ciò che è certo è che la collettività isolana ha accolto il marranzano nei suoi usi, soprattutto in considerazione del fortissimo legame tra le sonorità intense e pungenti dello strumento e le melodie tipiche della tarantella e della canzone tipiche siciliane. Ok, ma dove è nato il marranzano? Anche qui, le fonti non sono certe e rientriamo ancora una volta nel campo delle teorie: è certo che uno strumento del tutto simile allo scacciapensieri sia ampiamente diffuso in Asia, in particolare nelle zone del Vietnam e dell’Indonesia; in effetti, potrebbe essere proprio quella la culla dello scacciapensieri: lì, nell’Asia Sud-Orientale, vennero infatti rinvenuti i primi reperti in canna di bambù. Il marranzano siciliano, però, presenta caratteristiche morfologiche e sonorità del tutto peculiari e che ne fanno un unico al mondo, un frammento irrinunciabile della cultura siciliana!

L’utilizzo del marranzano nell’arte siciliana

Il marranzano è protagonista d’eccezione delle narrazioni artistiche siciliane, in particolare quelle che vedono coinvolti gli atti performativi, sia antichi che contemporanei. Nella seconda metà dell’800, soprattutto durante le festività religiose, i cantastorie attraversavano la regione in lungo e in largo, portando in giro il proprio bagaglio di conoscenze e racconti e solevano accompagnare la propria voce con le sonorità dello scacciapensieri: storie d’amore, di poteri, di intrighi incantavano i presenti, in ciò che possiamo considerare una sorta di antesignano della tradizione melodica italiana e, più nello specifico, meridionale. Una tradizione che, in Sicilia, vive ancora oggi e che, dopo anni di oblio, è tornata in tutta la sua forza evocatrice, in tutta la sua imponenza simbolica. Ieri come oggi, i cantastorie si inseriscono all’interno dello storytelling del proprio tempo, si fanno portavoce delle evidenze sociali e storiche e le estetizzano in un processo che è allo stesso tempo artistico, culturale e atto di tutela di un patrimonio di popolo, con il marranzano a tesserne le melodie più nostalgiche.


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